Nel docufilm di Gianluca Palma, Valarioti rivive come politico, come intellettuale e come uomo
Medma non si piega.
Non è soltanto il titolo di un documentario. È una dichiarazione di identità. È il nome antico di Rosarno che diventa promessa civile. È l’idea che un territorio, come una coscienza, possa essere colpito, ma non spezzato.
Al Cinema Teatro Manfroce di Palmi dove “Medma non si piega” è stato proiettato il 21 dicembre 2025: l’evento è stato promosso e patrocinato dalla Città Metropolitana di Reggio Calabria e dal Comune di Palmi, in collaborazione con il Rosarno Film Festival, all’interno di un percorso che utilizza il cinema come strumento di memoria, analisi e restituzione civile. Il film e i suoi significati hanno attraversato la sala come un filo teso tra passato e presente. A darle corpo è la storia di Peppe Valarioti, insegnante, segretario del PCI di Rosarno e consigliere comunale, ucciso dalla ’ndrangheta l’11 giugno 1980.
Il documentario, scritto e diretto da Gianluca Palma per Ugly Films, in collaborazione con Giulia Zanfino e Mauro Nigro, non si limita a ricostruire un delitto. Riporta in vita la sua voce, il suo pensiero, la sua postura morale.
Peppe Valarioti nasce a Rosarno nel 1950, da una famiglia di contadini. Studia al liceo classico di Palmi e si laurea in Lettere classiche all’Università di Messina. Diventa giovanissimo insegnante di italiano. In classe parla di letteratura, ma anche di diritti, lavoro, dignità. È convinto che la cultura non sia ornamento, ma strumento di emancipazione.
Accanto all’insegnamento sceglie l’impegno politico. Si iscrive al Partito Comunista Italiano, diventa segretario della sezione di Rosarno ed è eletto consigliere comunale. Siamo negli anni Settanta, in una Piana di Gioia Tauro segnata da forti disuguaglianze e da una ’ndrangheta che sta cambiando strategia, spostando il proprio baricentro verso l’economia agricola e il controllo delle istituzioni. Valarioti comprende che la mafia non è solo violenza armata, ma sistema di potere. La denuncia apertamente, nei comizi e negli atti politici, arrivando a fare nomi e cognomi. Non arretra, nemmeno quando le intimidazioni diventano esplicite.
Accanto al leitmotiv “Medma non si piega”, il documentario è attraversato da una seconda frase chiave:
«Fare il bene significa molto spesso rinunciare alla propria utilità».
Non è una citazione ricostruita. È la vera voce di Peppe Valarioti, registrata durante una lezione di filosofia. Nel film quelle riflessioni provengono da audio-lezioni originali, trasposte nel racconto cinematografico. Valarioti parla di Aristotele, del rapporto tra bene e felicità, del “motore immobile”. La filosofia, per lui, non è esercizio astratto. È criterio di scelta. Il riferimento al “motore immobile” diventa una metafora civile: restare fermi nei principi mentre tutto intorno spinge a piegarsi. È qui che pensiero e politica coincidono.
Il documentario non racconta solo l’impegno politico e la lotta alla ’ndrangheta. Restituisce anche il Valarioti intellettuale, appassionato di filosofia e di archeologia, profondamente legato agli studi sull’antica Rosarno, Medma. Conoscere Medma significava per lui restituire dignità a un territorio, riconnetterlo a una storia millenaria, sottrarlo alla narrazione della marginalità. Anche questo, nel film, diventa atto politico.
Un passaggio centrale è dedicato alla cooperativa Rinascita, realtà agricola collaterale al PCI, che Valarioti tenta di risanare e difendere dalle infiltrazioni mafiose. Le cooperative, in quegli anni, rappresentano snodi cruciali per il controllo delle risorse e dei finanziamenti pubblici. Valarioti sceglie di intervenire proprio lì, consapevole dei rischi. Ed è in questo punto che il film chiarisce un aspetto decisivo: definire l’omicidio Valarioti come un semplice delitto politico è riduttivo. Peppe Valarioti fu una vittima di ’ndrangheta, eliminata perché ostacolo concreto a un sistema criminale che non tollerava alternative.
La notte tra il 10 e l’11 giugno 1980 segna il punto di non ritorno. Valarioti si trova a Nicotera Marina, insieme ad alcuni compagni, per festeggiare la vittoria elettorale del PCI alle amministrative di Rosarno. È un successo che mette in crisi equilibri consolidati. Poco dopo la mezzanotte, all’uscita dal ristorante, viene raggiunto da colpi di lupara esplosi a distanza ravvicinata. Gravemente ferito, viene caricato in auto e trasportato verso l’ospedale di Polistena, ma muore durante il tragitto, a soli trent’anni. L’omicidio viene presto riconosciuto come il primo omicidio politico-mafioso della Calabria, ma la vicenda giudiziaria si chiuderà senza colpevoli, lasciando un vuoto di giustizia che ancora pesa sulla memoria collettiva.
Medma non si piega racchiude testimonianze di amici, compagni di partito, parenti, allievi e familiari di Valarioti. È un racconto corale, misurato, mai enfatico. Le parole di chi lo ha amato restituiscono un dolore rimasto fermo a quella notte dell’11 giugno 1980, un dolore composto, che attraversa tutto il film con dignità.
A moderare il dibattito è stato il giornalista Agostino Pantano, che ha sottolineato:
«Ci divideremo sulla disponibilità politica, perché i partiti non ci sono più. Ma sui valori dobbiamo metterci d’accordo: cultura, accoglienza, agricoltura etica. Valarioti non deve diventare un santino del PCI, ma un metro per le nuove generazioni».
Pantano ha aggiunto che il grande merito del documentario è «aver tolto dall’oblio una brutta storia e aver creato una continuità valoriale tra quella stagione e l’oggi», restituendo per la prima volta anche la voce di Valarioti e il suo profilo di intellettuale.
L’avvocata Mimma Sprizzi, volontaria di Dambe So, ha collegato il film al senso profondo del Rosarno Film Festival:
«Il Rosarno Film Festival nasce per parlare di migrazioni, braccianti e diritti. Dentro le marginalità ci sono le ingiustizie più profonde, ma anche le domande che riguardano tutti noi. Questo film racconta una terra che aveva fame di giustizia, lavoro e uguaglianza».
Sprizzi ha ricordato come nella Piana di Gioia Tauro sia possibile coniugare eticità, sostenibilità e integrazione, sottolineando che Valarioti e il PCI di allora avevano intuito con largo anticipo questa prospettiva.
Fabio Caridi, dell’associazione Officina Numero Otto, ha raccontato l’impegno per salvare la Casa del Popolo intitolata a Valarioti dalla vendita:
«Quando abbiamo saputo che la Casa del Popolo stava per essere venduta, abbiamo deciso che la memoria non poteva essere cancellata. Sarebbe stato un regalo alla mafia. Salvare quel luogo significa offrire ai giovani testimoni credibili».
Lo storico ed ex consulente della Commissione parlamentare antimafia Michelangelo Di Stefano ha ampliato lo sguardo, collocando l’omicidio Valarioti in uno scenario politico-criminale più vasto:
«La ’ndrangheta si fonda su un sistema chiuso, impermeabile, che rende difficile arrivare alla verità giudiziaria. Quel periodo storico, tra gli anni Settanta e Ottanta, è decisivo per comprendere ciò che accade ancora oggi».
A chiudere il confronto, Elisabetta Tripodi, presidente provinciale dell’Anpi di Reggio Calabria, già sindaca di Rosarno sotto scorta, ha ricordato quanto a lungo sia stato pericoloso anche solo pronunciare il nome di Valarioti:
«Il suo omicidio è stato un monito per la comunità: non denunciare, non disturbare. Oggi quella paura va spezzata, perché la memoria non può essere messa sotto scorta».
Nel suo intervento conclusivo, Gianluca Palma ha spiegato il senso profondo del lavoro:
«Questo documentario nasce da un vuoto di memoria. Tornando in Calabria ho capito che qui il giornalismo è necessario, perché nei territori dove non arrivano le telecamere nazionali si consumano le storie più importanti».
Palma ha aggiunto: «Ascoltare la voce di Peppe Valarioti è stato decisivo. Non volevamo raccontare solo un delitto, ma restituire un uomo che pensava, studiava, insegnava. Queste storie dovrebbero stare nei libri di testo, perché non sono solo antimafia, sono storia».
“Medma non si piega” sarà proiettato in altre sale e portato nelle scuole del territorio. Racconta Valarioti politico e Valarioti intellettuale. L’uomo che studiava Medma e il militante che non ha accettato compromessi.
Medma non si piega, perché la memoria, se coltivata, resiste.
E perché, come ricorda quella voce tornata a parlare, fare il bene non coincide quasi mai con ciò che è utile. Ma resta l’unico modo per restare liberi.
Deborah Serratore


