“Mediterraneo Express”, Giuseppe Cederna a Palmi: il Mediterraneo come casa perduta, memoria e umanità ferita
PALMI – «Nessuno lascia casa a meno che la casa non sia la bocca di uno squalo». È attorno a questo verso della poesia Home della poetessa somalo-britannica Warsan Shire che sembra ruotare l’intero incontro di Giuseppe Cederna al Festival Nazionale di Diritto e Letteratura città di Palmi.
Un verso che ritorna continuamente, anche quando non viene pronunciato. Nelle storie di viaggi, nei racconti delle isole greche, nelle riflessioni sul dolore, nell’Odissea, nella memoria della guerra, nei migranti incontrati sui traghetti del Mediterraneo, nella nostalgia di chi cerca una casa e non riesce più a trovarla.
L’incontro, inizialmente previsto alla Villa Comunale “Giuseppe Mazzini” e successivamente spostato nella Sala Consiliare “Domenico Antonio Cardone” del Comune di Palmi, si è trasformato in un momento di altissimo spessore artistico e umano, capace di rapire completamente il pubblico presente. Per oltre due ore la sala è rimasta immersa in un silenzio attentissimo, attraversato da applausi spontanei, emozione e partecipazione profonda.
L’evento speciale “Mediterraneo Express” è stato organizzato dal Comune di Palmi e dall’associazione “Amici del Festival”, nell’ambito della XIII edizione del Festival Nazionale di Diritto e Letteratura città di Palmi, ideato da Antonio Salvati, in collaborazione con enti, istituzioni e realtà culturali del territorio.
Figura molto amata dal pubblico italiano, Giuseppe Cederna occupa da anni uno spazio particolare nel panorama culturale nazionale: attore, scrittore, viaggiatore e narratore teatrale, capace di muoversi tra cinema d’autore, teatro civile e racconto letterario. Pur essendo legato nell’immaginario collettivo soprattutto al film Mediterraneo, con il quale vinse l’Oscar come miglior film straniero, Cederna ha costruito negli anni un percorso personale fondato sul viaggio, sulla memoria e sulla relazione tra racconto e vita vissuta.
Ad aprire la serata è stato il presidente del Consiglio comunale Francesco Cardone, che ha sottolineato il valore simbolico del Mediterraneo come luogo di vita, speranza e riflessione sull’immigrazione.
«Il tema dell’immigrazione è un tema assolutamente rilevante», ha dichiarato. «Concentrare l’attenzione sul Mediterraneo e su tutto ciò che accade rappresenta sicuramente vita e speranza, ma anche riflessione».
Subito dopo è intervenuto Antonio Salvati, che ha descritto il Mediterraneo come simbolo di qualcosa che il presente sembra aver smarrito.
«Forse il Mediterraneo è il simbolo di qualcosa che oggi non abbiamo più, o che fingiamo di non avere».
Salvati ha poi definito il Festival un luogo capace di trasformare gli ospiti in amici.
«Questa sera vi presento un nuovo amico: Giuseppe Cederna».
Nel corso della serata l’assessore allo Sport, Turismo e Grandi Eventi del Comune di Palmi Giuseppe Magazzù ha consegnato a Giuseppe Cederna una ceramica realizzata dall’artista Chiara Montebianco Anenavoli, conosciuta come Cam, raffigurante lo Scoglio dell’Ulivo. Magazzù ha raccontato quell’opera come una delle immagini più rappresentative della palmesità, simbolo identitario della città e del suo legame profondo con il mare.
Fin dalle prime battute del suo racconto, però, il Mediterraneo evocato da Cederna non è mai soltanto il mare della bellezza, del mito o delle vacanze. È anche il mare attraversato dalla fuga.
È il mare della poesia di Warsan Shire.
«Nessuno mette i propri figli su una barca
a meno che l’acqua non sia più sicura della terra».
Cederna torna più volte su quei versi, quasi fossero una bussola morale dell’intero spettacolo. Li legge lentamente, lasciando che ogni parola precipiti nella sala.
«Casa mia è la canna di un fucile», recita.
«Nessuno lascia casa se non quando casa ti insegue fino all’ultima sponda».
Ed è proprio dentro questa idea di “casa che respinge” che il Mediterraneo assume un significato nuovo: non soltanto luogo geografico, ma spazio di separazione, nostalgia e sopravvivenza.
Le prime parole dell’attore sono dedicate alle storie. Racconta l’antica leggenda indiana di Satyavati, la “bambina pesce”, figura legata alla nascita del Mahābhārata.
«Le storie sono fondamentali», dice. «Grazie alle storie impariamo a esplorare le nostre paure, i nostri sogni, i nostri desideri».
Da lì inizia un lungo viaggio dentro la fragilità umana.
Cederna lega il Mediterraneo alla figura del padre archeologo, che da bambino lo portava tra Creta, Cnosso, Festo e l’Acropoli di Atene.
«Il Mediterraneo è anche mio padre che mi leggeva l’Odissea».
Ma il cuore del racconto arriva quando affronta la perdita.
Ricorda un maestro americano di recitazione che spiegava brutalmente ai suoi allievi che sarebbe arrivato un giorno in cui avrebbero perso tutto: lavoro, amori, sicurezze, perfino il senso di appartenenza alla propria casa.
Quel giorno, racconta Cederna, arrivò davvero.
La fine di una relazione importante, il vuoto professionale, il crollo delle certezze. E soprattutto la morte del padre.
Dopo quel lutto decide di viaggiare insieme alla madre. Per dieci anni attraversano il Mediterraneo come compagni di viaggio.
Tra i momenti più intensi del racconto c’è il ritorno davanti a Kastellorizo, l’isola simbolo del film Mediterraneo.
«Mi si è chiuso lo stomaco», confessa.
Per anni aveva evitato perfino di ascoltare la colonna sonora del film.
Eppure il Mediterraneo continua a chiamarlo.
Racconta allora delle isole greche dove viene accolto come uno del posto, del lavoro nei campi, delle taverne, dei turisti italiani che lo riconoscono mentre serve ai tavoli.
Ma improvvisamente il racconto cambia tono.
Il Mediterraneo non è più soltanto il mare dell’infanzia, della nostalgia o della poesia. Diventa il mare delle migrazioni contemporanee.
Cederna racconta di alcune famiglie incontrate sedute su un porto greco.
«Gli uomini avevano giacche troppo pesanti».
All’inizio non comprende chi siano. Poi improvvisamente capisce.
«Erano migranti».
E lì la parola smette di essere astratta.
«Non erano più quelli visti nei telegiornali. Erano corpi veri. Storie vere».
Poi arriva la confessione più dura della serata.
«Ho pensato con vergogna: cosa ci fanno i migranti nella mia vacanza?».
È uno dei momenti che colpisce maggiormente il pubblico, perché Cederna non cerca mai di assolversi. Racconta invece con lucidità il disagio di chi si accorge improvvisamente della distanza tra il privilegio del viaggio turistico e il viaggio disperato di chi fugge.
«Nessuno se ne va da casa finché la casa è una voce soffocante che gli mormora all’orecchio: vattene».
La poesia di Warsan Shire continua a tornare, intrecciandosi con ogni immagine del Mediterraneo evocata dall’attore.
Sui traghetti tra le isole greche Cederna incontra altri migranti, sorvegliati da uomini in borghese, separati dagli altri passeggeri.
«Tu sei lì in vacanza», riflette. «E poi te ne dimentichi di nuovo».
Ma non riesce più davvero a dimenticare.
L’immagine che lo perseguita maggiormente è quella di una donna seduta sola sul porto.
«Era una donna», ripete lentamente.
Da lì il racconto si apre al tema del corpo umano come compagno di viaggio della vita.
«Tutti abbiamo un compagno che ci accompagna dalla nascita fino all’ultimo respiro: il nostro corpo».
Cederna legge i versi del poeta israeliano Yehuda Amichai:
«Mi è dato un corpo: che ne farò di questo dono così unico?».
La serata prosegue poi con l’omaggio a Giuseppe Ungaretti e alla poesia I fiumi.
Cederna ricostruisce la notte del 15 agosto 1916 sulle rive dell’Isonzo.
«La poesia gli salverà la vita».
L’acqua del fiume, il corpo immerso nella guerra, la memoria dei fiumi della propria esistenza: tutto torna ancora una volta al tema del viaggio e della sopravvivenza.
Il Mediterraneo diventa allora anche il mare dell’Ulisse omerico.
«Attraverso la sofferenza si diventa uomini e donne».
Poi arrivano le parole di Walt Whitman e Thich Nhat Hanh, unite dall’idea che l’essere umano non sia separato dalla terra ma parte della stessa sostanza vivente.
«La terra non è soltanto l’ambiente in cui viviamo. Noi siamo lei».
Successivamente Cederna introduce la figura del padre, Antonio Cederna, ricordandone le battaglie civili per la tutela del territorio e del bene pubblico.
«Ogni angolo del territorio è prezioso».
Le sue riflessioni si intrecciano inevitabilmente con le guerre contemporanee, con la devastazione dei territori e con il dolore umano che attraversa il Mediterraneo.
Nella parte finale il tono diventa ancora più intimo.
Cederna riflette sul significato della presenza e della parola viva.
«Lo spettacolo non è mai uguale. È un esercizio per capire se sono davvero presente».
Poi legge antichissime invocazioni dedicate all’acqua:
«Acque, siete voi a darci la forza della vita».
Infine arriva la favola africana del colibrì che tenta di spegnere un incendio portando poche gocce d’acqua nel becco.
«Io faccio la mia parte».
Per Cederna è questo il compito umano fondamentale: non perdere mai la speranza di fare la propria parte.
A chiudere la serata è la riflessione ispirata a Teresa d’Ávila:
«Le parole conducono ai fatti, preparano l’anima, la rendono pronta e la portano alla tenerezza».
E in fondo è proprio questa la sensazione lasciata da “Mediterraneo Express”: quella di un racconto che non ha parlato soltanto di mare, ma della fragilità umana, delle case perdute, della memoria, della guerra, dell’accoglienza e della necessità ostinata di restare umani.
Deborah Serratore



