A Officine Balena gli studenti ribaltano il dibattito sull’educazione affettiva
A Palmi, nello spazio di Officine Balena, locale ormai di riferimento per tanti giovani, si è acceso un confronto che ha avuto poco del convegno tradizionale e molto del laboratorio vivo di pensiero. Un incontro organizzato dal Partito Democratico – Circolo di Palmi, dalla Conferenza delle Donne Democratiche e da Officine Balena, che ha messo al centro un tema che scotta: educazione affettiva e sessuale, scuola, famiglie, responsabilità degli adulti e futuro delle nuove generazioni.
Presente a questo “incontro “tra amici”, come lo ha definito il moderatore Pasquale Aquino, la Segretaria del Circolo PD di Palmi Eliana Ciappina, la quale, assieme ad Aquino ha tenuto una conferenza di densità politica e umana di rara lucidità.
Fin dall’inizio la segretaria regionale FLC-CGIL Grace D’Agata ha evidenziato le contraddizioni della scuola italiana, spesso più impegnata a compilare registri elettronici e progettazioni che a coltivare la relazione educativa. Una scuola “aziendalizzata”, che rischia di perdere la sua missione primaria: educare cittadini capaci di vivere le emozioni, non solo di superare verifiche.
La portavoce metropolitana della Conferenza delle Donne Democratiche Barbara Panetta ha ricordato che la violenza fisica è solo l’ultimo anello di una catena che inizia nella violenza psicologica, nel controllo, nella dipendenza economica. Parlare di educazione affettiva significa lavorare sulle radici del problema, non solo sulle sue conseguenze.
La docente e scrittrice Anna Maria Deodato ha portato l’esperienza concreta delle classi: dibattiti accesi, frasi sessiste che emergono, gelosie scambiate per amore, ragazze che non riconoscono lo stalking, ragazzi che non sanno gestire il rifiuto. Ha raccontato progetti di affettività che gli studenti ricordano a distanza di anni: segno che ciò che insegna realmente non è il programma, ma la relazione.
La docente di filosofia e scrittrice Chiara Ortuso ha analizzato con rigore la struttura stessa della scuola contemporanea: una scuola delle competenze, dei crediti, del POF, delle griglie e delle procedure, che rischia di tradire la sua natura profonda. Ha evocato Bauman, Pasolini, Gramsci e Recalcati per ricordare che senza desiderio, senza critica e senza comunità, l’educazione resta un guscio vuoto.
Ma è stato dopo il suo intervento che il dibattito ha cambiato tono: la parola è passata ai ragazzi, i cui discorsi si sono rivelati una vera lezione di educazione affettiva, nelle scuole e non solo.
La prima a parlare è stata Veronica Sendrea, Quarta H del Liceo Scientifico “Nicola Pizi” (Cambridge), che ha offerto un intervento di rara maturità. Ha denunciato il progressivo ridimensionamento delle iniziative sul 25 novembre nel suo istituto: prima un’assemblea, poi due ore, poi una, fino a trovarsi di fronte a insegnanti che chiedevano di “non perdere tempo” con la violenza di genere per poter finire il programma. Ha parlato di un sistema che educa al silenzio: studenti che non intervengono per paura di ripercussioni sulla valutazione, docenti che confondono autorevolezza con autoritarismo, una cultura scolastica che scoraggia il pensiero critico proprio mentre proclama di volerlo promuovere. Veronica ha riconosciuto di aver ricevuto in famiglia un’educazione affettiva chiara e solida, ma ha sottolineato che non tutti hanno questa possibilità: per questo la scuola non può sottrarsi a un compito educativo che non è “aggiuntivo”, ma essenziale. Ha chiuso con una frase che la sala ha accolto come una lezione:
«Le cose che ricordiamo non sono le lezioni sul sistema solare, ma quelle che ci insegnano a vivere».
Più tecnico, ma non meno incisivo, l’intervento di Paolo Gallo, Quarta L del Liceo Scientifico “Nicola Pizi”. Il suo è stato un ragionamento giuridico, capace di entrare nel cuore del tema: punizione e prevenzione non possono essere sovrapposte. Una legge che interviene a reato compiuto – ha spiegato – arriva già in ritardo. Non riporta in vita nessuno. L’Italia, invece, dovrebbe investire sulla prevenzione culturale: educare, non solo reprimere. Ha criticato l’impianto scolastico tuttora ancorato alla logica “gentiliana” dell’avviamento al lavoro: la scuola dovrebbe formare individui capaci di vivere nella società, non solo di essere produttivi. Paolo ha parlato anche dello stigma verso lo psicologo, della solitudine dei ragazzi, del fatto che “a sedici anni è già tardi per cominciare”: e ha rimesso al centro una verità che gli adulti faticano ad ammettere. Se non si interviene prima, i danni si sedimentano.
Pur intervenendo meno a lungo, Rabah Boukhemikhem, Quinta H del Liceo Scientifico “Nicola Pizi”, ha portato un contributo fondamentale toccando uno dei nodi più complessi: come gli schemi familiari influenzano i comportamenti affettivi dei giovani. Ha denunciato che molti adolescenti crescono in famiglie dove il controllo è normalizzato: genitori che pretendono la posizione in tempo reale sul telefono, che controllano spostamenti, velocità in macchina, abitudini. Rabah ha spiegato come questi modelli, pur nati spesso da ansia o da un eccesso di protezione, insegnino ai ragazzi che il controllo è amore. E quando questo schema si trasferisce nelle relazioni sentimentali, diventa un terreno fertile per dinamiche tossiche. La sua osservazione finale ha colpito tutti:
«Se cresci in un ambiente dove il controllo è normale, non riesci neppure a riconoscerlo quando lo subisci o lo eserciti. Bisogna iniziare da piccoli per spezzare questi modelli».
Zaira Iorianni, V E dell’IIS “Einaudi–Alvaro”, rappresentante della Consulta Provinciale, ha portato un punto di vista lucidissimo. Ha raccontato un dibattito nel suo istituto con psicologi e Carabinieri, dove alcune studentesse sostenevano che “una ragazza fidanzata non dovrebbe andare in discoteca” o che “una gonna troppo corta dà fastidio al partner”. Il suo commento ha gelato la sala:
«Se sono le ragazze a dirlo, vuol dire che abbiamo proprio un problema culturale».
Ha denunciato episodi di mancato ascolto da parte dei docenti e l’assenza di un vero spazio scolastico per parlare di questi temi, pur essendo il 25 novembre una ricorrenza fondamentale. Ha poi ampliato il discorso al ruolo delle famiglie, all’infanzia come terreno decisivo, alla mancanza di riferimenti educativi. Nel finale, Zaira ha letto una poesia di Franco Arminio, già protagonista nella manifestazione del 25 novembre della sua scuola:
«Io sono per l’amore e anche per il sesso, sfrenato all’occorrenza ma sempre dolcissimo…
La pelle è sacra, sacra la voce.
Siamo più belli quando cominciamo a sfiorarci».
La sala ha ascoltato in silenzio. Quel silenzio che significa: “stiamo imparando”.
Il momento successivo ha raccolto gli interventi, distinti e complementari, delle psicologhe Graziella Carnevale e Fabiana Minutolo. Carnevale ha insistito sulla necessità di introdurre l’educazione psicoaffettiva dalla primissima infanzia, prima ancora che emergano paure sociali o emergenze mediatiche, e sugli stereotipi che affondano le radici nei giochi infantili. Minutolo ha approfondito il tema delle emozioni: senza una vera educazione emotiva non può esserci né empatia né rispetto; ha criticato i progetti “a intermittenza”, parlato della “fretta affettiva” dei giovani, del consenso non rispettato, delle relazioni bruciate prima di diventare sentimenti. Il confronto finale tra lei e gli studenti è stato uno dei momenti più intensi dell’intera serata.
Prima dei saluti, Eliana Ciappina e Pasquale Aquino hanno ringraziato tutti e rivolto un invito significativo: organizzare un incontro successivo assieme ai ragazzi, che hanno dimostrato di avere una forte personalità in crescita, esseri pensanti da cui trarre forti insegnamenti.
Uscendo da Officine Balena, restano due cose.
La prima: se tutti i ragazzi ragionassero come Veronica, Paolo, Rabah e Zaira, non ci sarebbe davvero nulla da temere per il futuro.
La seconda: forse non sono solo gli adulti a dover imparare dai giovani; sono gli stessi giovani – adulti (over 25), -che con rammarico non erano presenti all’incontro- che dovrebbero ascoltare i più giovani di loro. La saggezza, a volte, è già lì. Basta darle un microfono.
Deborah Serratore

