PALMI – Non un processo ordinario, ma un rito costruito sul confine tra diritto e mito. Nell’Aula “Scopelliti” del Tribunale Penale di Palmi, il “Processo al Mediterraneo” ha messo in scena qualcosa di più di un dibattimento simbolico: un’indagine sulla mancanza di umanità che attraversa la storia e arriva fino al presente.
Il processo immaginario – da sempre uno dei momenti più attesi del Festival – si è svolto nel contesto della XIII edizione del Festival Nazionale di Diritto e Letteratura “Città di Palmi”, ideato dal magistrato Antonio Salvati, appuntamento che negli anni ha saputo consolidarsi come spazio di confronto tra saperi, linguaggi e discipline diverse, mettendo in dialogo diritto, letteratura e attualità.
L’imputato è il mare. Ma fin dalle prime battute appare chiaro che il vero oggetto del processo è l’uomo.
A dare avvio è l’avv. Donatello Pisani, nel ruolo di cancelliere, con la lettura del capo d’imputazione: il Mediterraneo accusato di essersi raccontato come spazio di convivenza e armonia, occultando invece conflitti, violenze, sopraffazioni. Un’accusa costruita con linguaggio giuridico, ma radicata nella narrazione.
Nelle vesti di pubblico ministero, Antonio Salvati porta avanti una requisitoria netta, costruita come una progressiva demolizione del mito mediterraneo. Il Mediterraneo, sostiene, ha costruito nei secoli un’immagine seducente di sé: culla del diritto, luogo di civiltà, spazio di incontro tra popoli. Ma sotto questa superficie – argomenta – si stratifica una storia fatta di dominio, di esclusione, di gerarchie legittimate persino dal pensiero filosofico e giuridico.
Salvati attraversa esempi e riferimenti storici, richiama il diritto romano, la schiavitù, le grandi battaglie, mostrando come la narrazione della convivenza sia stata spesso affiancata – se non contraddetta – da pratiche di sopraffazione. Il punto, però, non è solo storico. È contemporaneo. Il Mediterraneo diventa «un muro liquido», una linea di separazione che rende evidente la distanza tra chi ha diritti e chi ne è privo.
È qui che la requisitoria cambia livello. Non si tratta più di smascherare un racconto, ma di interrogare una responsabilità. Il Mediterraneo, sostiene l’accusa, non mente soltanto: ci costringe a guardarci. E quel senso di disagio, quasi di colpa, non deriva da un inganno, ma dalla consapevolezza di ciò che siamo diventati. «Che venga condannato il Mediterraneo – conclude Salvati – ma si apra un fascicolo a carico di tutti noi». La mancanza di umanità diventa così il vero capo d’imputazione implicito.
La difesa, affidata a Patrizio Rispo, sceglie una strategia opposta, non negando la complessità ma spostando il punto di osservazione.
Attore di lunga esperienza, Rispo arriva a questo ruolo con un percorso costruito prima di tutto sul teatro, dove ha maturato una capacità di stare sulla scena che unisce leggerezza e registro colto. Il grande pubblico lo riconosce per la sua presenza costante nella serialità televisiva, in particolare per il personaggio del portiere Raffaele in Un posto al sole, figura diventata negli anni quasi una coscienza ironica e popolare del racconto. Ma è proprio questa doppia natura – attore popolare e interprete profondo sulla scena – che gli consente di sostenere una difesa capace di passare con naturalezza dal registro comico a quello riflessivo, senza perdere credibilità.
Il Mediterraneo, nella sua arringa, non può essere imputato perché non è soggetto agente. Non decide, non sceglie. «Da imputare è l’uomo». Il mare diventa quindi uno spazio attraversato dalle azioni umane, non il loro autore.
Rispo costruisce la sua difesa su un registro che intreccia cultura alta e sapienza popolare. Non risponde all’accusa con dati o cronologie, ma con segni culturali sedimentati: lingua, tradizioni, proverbi. “A dosse mangiano in otto, se mangiano pure in dieci”: la condivisione come necessità, non come scelta ideologica. “Al lietto stretto, cuccate a miezz”: accogliere anche quando lo spazio è poco, stringersi per non far cadere l’altro. Non è un gesto simbolico, ma una pratica concreta.
E ancora: “Quann’è cchiù simmo, cchiù belli parimmo”. La convivenza non elimina le differenze, ma cambia la percezione. Il valore non sta nell’uniformità, ma nella vicinanza.
La difesa non nega i conflitti evocati dall’accusa. Li riconosce, ma li colloca dentro una dinamica più ampia. Il Mediterraneo non è solo teatro di scontri, ma anche luogo in cui le culture si incontrano, si sovrappongono, si trasformano. Non un’illusione, ma un’esperienza reale, visibile nella quotidianità dei popoli che lo abitano.
A presiedere il dibattimento è Roberta Grazia Leotta, docente universitaria di diritto, presso l’Università Cattolica di Milano, che sceglie di costruire la sentenza a partire da un presupposto diverso: il giudizio non è solo logico, ma nasce dal “sentire”. E proprio per questo il processo assume una forma particolare, quasi teatrale, in cui il mito diventa strumento di conoscenza.
È nel mito che la giudice trova la chiave. Nel mondo antico, l’ospitalità – la xenia – non era una cortesia, ma una norma vincolante. Creava legami che attraversavano le generazioni. Diomede e Glauco, nemici in battaglia, depongono le armi quando scoprono di essere legati da un’antica relazione di ospitalità.
Ma lo stesso mito racconta anche il contrario. Paride tradisce l’ospitalità. Polifemo divora i suoi ospiti. I Lestrigoni trasformano l’accoglienza in trappola. Il mito non nasconde la violazione del valore: la espone.
Ed è proprio qui che emerge il punto centrale del processo. L’ospitalità del Mediterraneo è un mito. Ma non nel senso di menzogna. Nel senso originario di racconto che orienta, che indica una direzione.
Il Mediterraneo, nella sentenza, è anche spazio di confine: luogo di rischio, di precarietà, di attraversamento. Navigare significa accettare l’incertezza. Il mare è insieme pericolo e possibilità. Dalla sua spuma nasce Afrodite, ma nelle sue acque si consumano tragedie.
Non esiste una sola verità. Esiste una tensione continua tra opposti.
Per questo la giudice arriva a una conclusione netta: il Mediterraneo non è colpevole. Non ha costruito un inganno. Quando l’ospitalità viene meno, non è il mare a mentire. Sono gli uomini a non essere fedeli ai valori che essi stessi hanno elaborato.
Le narrazioni sullo smarrimento dell’ospitalità non sono false. Sono moniti. Servono a ricordare ciò che si sta perdendo.
Il processo si chiude con un’assoluzione. Ma non con una soluzione.
Resta una domanda, sospesa tra diritto e mito: la mancanza di umanità è una deriva inevitabile o una scelta che continuiamo a compiere?
Il Mediterraneo è stato assolto.
Il giudizio, forse, è ancora in corso.
Deborah Serratore





